Una goccia nel mare: così dice Nabil Salameh citando un aforismo di Madre Teresa di Calcutta in apertura della serata, questa potrebbe essere l’affrettata definizione per questo concerto di beneficenza. Eppure, almeno o anche stavolta, non è andata affatto così.

Sentirsi piccoli di fronte a qualcosa di così grande, come il progetto di una vita migliore in terre così dilaniate come quelle mediorientali, potrebbe far cadere nell’inganno, spesso troppo abile e sottile, che nulla si può cambiare, quello stesso inganno che ci vorrebbe arresi ai luoghi comuni, talvolta addirittura indifferenti. Ma ci sono storie che riconosci dall’inizio: ti attaccano, ti sorprendono, ti magnetizzano, ti affascinano con la loro positività. Questo è quello che è accaduto al concerto per Esperanto, Note di speranza sin dai primi momenti. Sostieni, ti emozioni, ti diverti, condividi la musica con tutti i presenti, e presto, anzi automaticamente, ti accorgi di essere, sì, una goccia ma che assieme alle altre mille, tutte così animate stasera, fai parte di un progetto più grande che può smuovere anche l’impossibile e creare quell’energia positiva che si è manifestata al Politeama Greco di Lecce.

La motivazione, di chiunque fosse in teatro, tra gli artisti, il pubblico, gli operatori, era palpabile, era evidente. La musica, quella voluta da tutti i presenti, stava viaggiando da Lecce a Betlemme, in un momento magico: stava andando a trovare e scovare quei giovani musicisti, quelle nascenti promesse, che se opportunamente incoraggiati e supportati domani potranno suonare come è stato possibile più naturalmente ai nostri artisti sul palco. E lo vedi poi, intuisci quello che stai facendo essendo quella piccola goccia. La realtà, e non più il sogno, ti si materializza davanti in un video, girato presso l’Accademia Musicale di Betlemme, nei Territori Palestinesi: è tutta nell’ammirazione che non puoi non provare guardando suonare Nur, giovanissima e già bravissima pianista, o quel bambino che, sembra incredibile, riesce a suonare abilmente un oud grande tanto quanto lui!

Oltre tre ore di spettacolo in cui gli artisti si sono succeduti, esibendosi da soli ma anche intrecciandosi in virtuosa comunione tra loro, ritrovandosi così diversi eppure così simili nella motivazione che li ha riuniti tutti a Lecce, suonando con una carica visibilmente maggiore dell’entusiasmo già alto che anima in genere tutti i musicisti.

C’è anche chi, non avendo potuto partecipare per impegni già presi, lascia un video messaggio. E’ Noa, che si rivolge a Nabil “Bey” con un caldo, sentito “my dear brother”, quella fratellanza tra un palestinese e un’israeliana che non è “il” messaggio di marketing, ma il sentimento comune che unisce due persone nei progetti che portano avanti per stimolare ragionamenti di pace e di dialogo. Di dialogo possibile. Da lontano interviene anche Carlo Lucarelli, che racconta una storia, di capannoni industriali, abbandonati, di periferia, e della gente che ci abitava, sconosciuti, persone “diverse”… gente che faceva paura, come spesso si ha paura a prescindere, per pregiudizio, di ciò che si ignora e che non si ha voglia di conoscere; poi, ecco che una sera, quei capannoni si animano, c’è una festa, un concerto… arriva la musica e capisci che quella gente non era poi tanto male, che non è affatto cattiva, ma, anzi, è molto vicina a te, ama la musica come te. E capisci che la musica porta un clima di pace. E “una scuola di musica è una scuola di pace”.

A riempire la sala di note e movimento, arrivano per primi gli Yo Yo Mundi. La loro musica del nord, così autentica, tosta e popolare, o “selvatica” come direbbe della loro Paolo Conti, piace anche alla gente qui a sud: quando la gente è aperta e vera, i dettagli sulla provenienza geografica creano solo curiosità e voglia di accomunarsi. I testi degli Yo Yo Mundi, alternati tra l’italiano e il dialetto piemontese del sud, si fanno ben sentire e i messaggi dai colori accesi arrivano a chi ha testa e cuore per volerli sentire: le loro canzoni parlano di fratellanza tra i diversi, di resistenza, sono canzoni di partigiani ma anche memorie calde di tempi andati, di feste di paese, come di difesa dei beni comuni. Gli Yo Yo Mundi, come dice Paolo, cantante del gruppo, sono “gemelli” dei Radiodervish con cui hanno condiviso “viaggi musicali” nel corso della loro carriera, ma lo sono anche per la loro capacità di “pensare ai sogni come a un regalo che ti porta qualcosa che non ti aspetti, che non c’era, e che senti di dover perseguire“. Così come il progetto di Nabil, che, Paolo dice, sarà la sua, la vera “rivoluzione”.

Ad Esperanto hanno portato canzoni a loro molto care, tra cui vale la pena ricordare quelle più in tinta con i colori di questa serata. Ci sono Tè chi T’èi?, nell’immaginario uno scontro che si trasforma in incontro tra saraceni e monferrini di secoli fa, in cui gli uomini smettono di combattere e decidono di concedersi la pace, cercando un dialogo, dividendo il pane e bevendo assieme sui campi di grano; La bellezza dei margini (“Cammineremo dove non ci sono strade tracciate e i nostri passi conosceranno la terra / Guarderemo un orizzonte al quale avranno strappato il sole con la scusa della guerra / Ci chineremo ad uno ad uno verso lo specchio cieco / la nostra ombra si stancherà di noi / è così che incontreremo l’immagine che ci appartiene l’immagine dell’altro / E brinderemo alla bellezza dei margini”); Una bandiera quasi bianca (“C’è una bandiera che sventola sulla casa sventrata sembra bianca, ma se guardi bene di sangue è macchiata…”, “…C’è una bandiera che avvolge un soldato bambino, un’altra giace strappata abbandonata lì vicino…”).

Ed eccoli poi, i Radiodervish. Di loro, cos’altro aggiungere? E’ un gruppo che ha fatto della multiculturalità e dell’integrazione la sua anima, precursori di quanto oggi ancora attendiamo di vedere “normale” nel nostro Paese. Quando si conobbero, più di venti anni fa, già allora Nabil Salameh e Michele Lobaccaro non si posero questioni su chi era italiano o chi non lo fosse; trassero anzi da questa coscienza del “diverso” che leggevano l’uno nell’altro una forte voglia di conoscere, di andare oltre, in un’esigenza di condividere per creare qualcosa che, forte di origini e prospettive diverse, fosse per questo più ricco e migliore. Il progetto “Esperanto, note di speranza”, pensato e voluto da Nabil, è stato subito spontaneamente, neanche a dirlo!, adottato dai Radiodervish, ivi compreso Alessandro Pipino, straordinario ed eclettico musicista, che suona nel gruppo sin dagli inizi della loro carriera. Le loro canzoni non hanno bisogno di presentazioni per chi è al Politeama: Ainaki, dedicata agli occhi di Gerusalemme, Taci, Asfur, L’immagine di te, che tutto il pubblico volentieri intona a bocca chiusa dietro invito di Nabil. Ma stasera, sopra tutte queste, c’è una sorpresa… C’è un’arpa, suonata dalla splendida Giuliana De Donno, capace di sorprendere le persone in sala quando produce nell’aria le prime note de L’esigenza, ed è subito magia. La melodiosa voce di Nabil si fonde con dolcezza al suono dell’arpa di Giuliana: sono solo loro, voce e note, ad introdurre la canzone, e la musica scivola infondendo armonia come in quei rari momenti in cui capita di poter ascoltare l’acqua di un ruscello che va via leggera.

Simone Cristicchi aveva già anticipato un mese fa il piacere personale di poter intervenire ad un concerto così pensato, dicendo “È un onore per me partecipare a questo evento, e fare in modo che le note che suoneremo quella sera si trasformeranno in una melodia, suonata dai ragazzi di Betlemme”. Visto da vicino, poi, Simone è una persona di cui intuisci subito le doti volitive, certamente non sminuite ma comprovate e anche avvalorate dalle sue canzoni, sarcastiche ma profonde, ricche di metafore come di battute argute e sagaci.Mi piace pensare che la musica che stiamo suonando arriverà fino a lì, e aggiungeCe n’è proprio bisogno, ricordando Vittorio Arrigoni, ucciso a Gaza solo un giorno prima, come un “santo silenzioso”, per lui una di quelle persone che si mettono a disposizione degli altri senza chiederti la contropartita. Molta ilarità suscita la sua parodia della nostra Italia, l’autoironia con cui, ahimé, noi connazionali abbiamo imparato a sopravvivere a noi stessi e al nostro Paese, spesso capaci di farci ammaliare da mere apparenze e tuttavia mostrandoci ancora “tutti felici e contenti”, come fanno riflettere i temi introspettivi che sono spesso un profondo e preciso ritratto colto da Simone. Bravo lui, e bravi i musicisti con cui ha suonato per la prima volta sul palco leccese del Politeama: Raffaele Pinelli all’organetto, Francesco Del Prete al violino e ancora una volta Giuliana De Donno, all’arpa.

Toccante riabbracciare virtualmente sul palco Niccolò Fabi, che con questo concerto è ufficialmente tornato sulla scena dopo la perdita della piccola Olivia. A Niccolò non mancano certo coraggio e difesa, quella forza che gli è stata restituita proprio anche grazie alla musica. Quando Nabil lo ha invitato a tornare per questo concerto, non si aspettava certo di ricevere uno scontato “sì”. Ma Niccolò ha voluto esserci anche stavolta, ha trovato nello spirito di “Esperanto, note di speranza” la carica opportuna, la forte motivazione che nella sua carriera non ha mai smesso di ascoltare partecipando a tantissimi concerti per campagne di solidarietà per l’Africa, per l’Aquila, per Emergency. Meno di un anno fa Niccolò è stato premiato ad Ancona con il Premio Zamenhof 2010 (sì!, lo stesso Zamenhof dell’esperanto) per aver messo se stesso e la sua musica a disposizione dell’Africa più povera, realizzando spettacoli e canzoni per una raccolta di fondi che ha permesso la costruzione di decine di scuole in Sudan e un ospedale pediatrico in Angola. “Sono qui stasera per qualcosa che non ha a che vedere con la velleità del musicista che vuole esibirsi e suonare. Sono qua per quell’effetto che ha la musica quando rimanda a qualcos’altro. Stasera tutti noi viaggeremo fino a là, con l’idea che arrivi una possibilità, che questo che è il mio privilegio di poter suonare sia il privilegio di chi non ha le mie stesse possibilità. E’ un privilegio anche che io possa essere qui, oggi, a suonare per loro.”. Dai suoi viaggi in terra d’Africa e d’Oriente Niccolò ha appreso anche la capacità di rendersi conto, parlando con il prossimo, che il nostro punto di vista, di cui siamo così certi, può essere stravolto dal punto di vista dell’altro, ovvero l’incapacità umana di non riuscire a immedesimarsi nell’altro, che è quello che accade in Medio Oriente, afferma. Personalmente, grazie a quello che ho appreso da lui con il suo racconto durante il concerto, ogni volta che arriverà battente la pioggia a “rovinare” la mia giornata, sebbene ami il sole e la sua luce, non potrò più fare a meno di pensare alla guida marocchina che incredula non poteva capire il significato di “bad weather” che Niccolò attribuiva alla tempesta in arrivo, dopo mesi e mesi di siccità che aveva cambiato vita e volto nel Maghreb…
Sembrano fatte per il progetto di Nabil le parole che Niccolò ha già scritto e pubblicato nel 2006,  e che suonano in sala come il pensiero di speranza di un padre per il proprio figlio: “Non c’è più tempo per aspettare / non puoi usarlo ancora come scusa e rimandare / non puoi vedere solo il bene / non puoi temere solo il male / e non confondere il mondo con una regione / non confondere il denaro con la ragione / Perché mio figlio dovrà sapere / perché mio figlio dovrà sperare / perché mio figlio dovrà imparare a capire… / Milioni di sogni / milioni di segni / per milioni di giorni ancora…”.

Dolce e combattiva Paola Turci, come una Joan Baez italiana, emozionata ribadisce il tema della serata confrontandosi con Nabil: “Dobbiamo credere in questo progetto e in quel che facciamo. E’ giusto avere speranza e affermare questo nostro desiderio di pace con forza, crederci, perché quelli che creano i muri lo fanno con forza e con forza e volontà bisogna contrastarli.” Quel messaggio, reiterato all’infinità per la sua grande impronta ma soprattutto per la sua lampante verità, supporta il progetto di “Esperanto, note di speranza”, è una presenza costante nella serata: “La musica ci permette di crescere e vedere le cose in modo migliore. La mia vita mi ha fatto incontrare persone speciali, che si offrono senza chiedere niente in cambio. La musica ti trasforma e rende le cose vicine e possibili.”.

Eccola quindi tutta, la tanta buona musica che ha suonato al Politeama Greco di Lecce grazie a Nabil e ai suoi compagni di viaggio. Una musica due volte buona.
La prima volta nei confronti del pubblico, con un concerto così tanto ricco e coinvolgente che si è perso di vista che quel biglietto era “anche” per sovvenzionare un progetto benefico.
La seconda volta (“last but not least”, direbbero gli inglesi) perché effettivamente quella musica buona che abbiamo ascoltato e vissuto così intensamente in questa parte del Mediterraneo viaggerà spinta da grandi propositi verso un’altra sponda di questo stesso nostro mare. Non sarà una Flotilla, non sarà una nave di disperati migranti. Le cronache stavolta ci parleranno di un bastimento nuovo, sorprendente, ammirato e ammirevole, insolito… anche perché benvenuto. Batte bandiera “Esperanto”. E’ carico di note di speranza, che riprodurranno lontano, non troppo lontano da qui, l’effetto di quelle stesse note che si è tra noi già diffuso, affinché le scuole di musica si trasformino in scuole di pace e il futuro dei giovani palestinesi di oggi nel presente migliore di quegli uomini di domani.

Osservate il largo allora… è possibile che possiate scorgerne altri ancora, in futuro, di questi bastimenti benefici. E’ quello che chiunque al Politeama Greco in cuor suo ha sognato, segretamente anche un po’ orgoglioso di quanto in realtà aveva già creato. Come una goccia assieme a tante altre gocce virtuose in quel mare di pace, amore e speranza.

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